Parti, non tutto

Articolo a cura di Stefano Mentil, Centro Documentazione Pace e Mondialità Ass.ne Centro Caritas Udine

Si può dire che quest’invasione brutale della malattia

ebbe per primo effetto di costringere i nostri concittadini

ad agire come se non avessero sentimenti individuali

Camus, La peste

 

Distanze di sicurezza, distanziamento sociale (quali interessanti ossimori riesce a produrre alle volte l’apparato amministrativo…), barriere e dispositivi di protezione individuale…

Un passato da rimpiangere, idealizzato, quasi perfetto. Un presente irriconoscibile, scomodo, inadeguato. Un futuro misterioso, incerto, sicuramente diverso…

Spazio e tempo sono stati stravolti, portati fuori dal nostro controllo. E così ci siamo accorti di quanto preziosa sia la possibilità di poterne disporre liberamente. Ne siamo stati privati all’improvviso, quasi totalmente. Ed ora a poco a poco sembrerebbe che queste libertà ci vengano restituite. Centellinate, con prudenza, dal momento che il nemico contro cui questo coprifuoco è stato predisposto non concede margini di trattativa, e a cui non bisogna prestare alcun fianco scoperto. La “guerra” biologica che tutti stiamo combattendo sembra non finirà con un armistizio o con un trattato di pace, due firme, vincitori e vinti… L’evoluzione, del resto, non rispetta prassi diplomatiche o protocolli, non si adegua a trattati internazionali, ma attende che il più forte sopravviva. E va avanti, senza fretta. Perché il tempo non è un fattore determinante nell’equazione. Ciò che è importante è l’obiettivo.

Tra le cose, prima scontate, che ora abbiamo imparato a mettere nuovamente e giustamente in discussione sembrerebbe esserci anche il fatto che l’homo sapiens sapiens non è immune dalle minacce che possono provenire dal resto delle specie viventi, non ne ha il pieno e totale controllo, non è riuscito ad asservirle ai propri scopi. E dopo aver soggiogato tutto ciò che il pianeta aveva efficacemente custodito, tutto ciò che l’evoluzione aveva pazientemente e crudelmente migliorato, è stato messo e tenuto sotto scacco da un virus, ossia da un organismo nell’ordine dei nanometri. La biosfera è, appunto, una sfera, non una piramide. Ed ora abbiamo capito di non essere al vertice, dal momento che una delle caratteristiche geometriche più importanti della sfera è proprio quella dell’equidistanza di ciascun punto della superficie dal centro, proprietà che nessun altro solido può vantare. Ed alle volte è necessario perdere la guerra, o quantomeno numerose battaglie, per ridimensionare le proprie mire e comprendere qual sia lo spazio che ci è concesso di abitare.

Un’altra non trascurabile conseguenza di questa situazione è stata la forzata ed imposta unità cui la società, il corpo sociale, è stato costretto. Esiste in bioetica un principio, cosiddetto di totalità o terapeutico, secondo cui le parti d’un organismo sono subordinate al bene dell’organismo stesso e quindi alla sua sopravvivenza; è il principio che regge tutta la liceità e l’obbligatorietà della terapia medica e chirurgica (si pensi ad un arto in cancrena o ad un organo focolaio d’infezioni). Mentre noi ci siamo trovati, come società, in una sorta di applicazione “passiva” di questo principio: non è stata rimossa la parte malata per garantire la sopravvivenza di quella sana, ma quella sana è stata limitata nelle sue libertà per garantire la sopravvivenza di quella malata o comunque esposta al pericolo di ammalarsi. Abbiamo dovuto accorgerci che la nostra libertà ha un prezzo, che però non paghiamo noi. Il corpo sociale, per proteggere la propria parte più debole, ha dovuto essere limitato nel suo insieme. Ciò significa quantomeno due cose: che un’unità di specie esiste, al di là di tutte le fantasiose e controproducenti distinzioni che la cultura ha elaborato nel corso dei secoli; che tuttavia ci siamo culturalmente programmati per agire individualmente, ed abbiamo dovuto essere costretti a non concepirci più come un tutto ma come parti di un tutto.

Socialmente e biologicamente abbiamo ricevuto una lezione non banale di eguaglianza e di solidarietà: per quanto difficile ed impegnativo sia, abbiamo capito cosa significhi appartenere ad una comunità. Ci è stato imposto. Tra un tempo indefinito potremo scegliere se continuare a farlo oppure no. Allora capiremo se abbiamo sviluppato gli anticorpi della comunità ed abbiamo colto l’opportunità di immunizzarci all’individualismo.

Autore: Stefano Mentil

Condividi questo articolo

Facebookmail