Il profumo delle parole

Articolo a cura di Stefano Mentil, Centro Documentazione Pace e Mondialità Ass.ne Centro Caritas Udine

IL PROFUMO DELLE PAROLE

Creature legate dalla mente, dal cuore e dalla carne

furono ridotte a cercare i segni dell’antica comunione

nelle maiuscole d’un dispaccio di dieci parole

A. Camus, La peste

 

Anche il nostro modo di legarci gli uni gli altri ha subito una qualche trasformazione dagli eventi che abbiamo vissuto e stiamo vivendo. Non necessariamente è stata o sarà radicale, rivoluzionaria e totale. Ma qualcosa è accaduto. Costretti alla lontananza, abbiamo compreso il significato ed il valore della vicinanza, dello stare assieme, di gesti apparentemente normali come una stretta di mano o di un abbraccio. Ne abbiamo sentito il bisogno proprio quando non potevamo più beneficiarne.

Chiedete ad una mamma qual è il gesto che immagina e che farebbe istintivamente per proteggere il proprio bambino è vi dirà che lo attirerà a sé, lo stringerà tra le proprie braccia, contro quel seno con cui l’ha nutrito. Mentre ora ai figli e ai nipoti è stato chiesto di allontanarsi dai propri genitori e nonni, proprio per proteggerli. E già questo è stata una fatica non indifferente. Quella ulteriore è stata accorgerci che non avevamo mezzi adeguati per comunicare, perché il telefono, anche in video-chiamata, non sostituisce un con-tatto che, appunto, prevede il coinvolgimento del senso del tatto, che possiede una grammatica propria, diversa e complementare a quelle di tutti gli altri sensi. Infatti, oltre al tatto in ballo ci sono anche olfatto e gusto. Tre dei cinque sensi non possono essere trasmessi attraverso la tecnologia. Si tratta di tre quinti della realtà. L’udito, la vista, non sono sufficienti ad accontentare il desiderio dell’amore e dell’affetto, perché il linguaggio è di per sé insufficiente. E allora ci sono i corpi, che per certi versi rappresentano il tentativo di superare i limiti comunicativi concessi dalla ragione. Ma se i corpi diventano veicolo di malattia e addirittura di morte, se il contatto reciproco viene impedito persino per legge, con che cosa mantenere i legami? L’amicizia, l’affetto e l’amore non vivono (solo) di parole. Nemmeno (solo) di gesti. Ma di gesti che significano e di parole che agiscono.

Le tecnologie hanno supplito alla lontananza, certo. Fino ad un secolo fa, se non meno, l’unico modo di restare legati nonostante le distanze era solo la scrittura. Non credo sia un caso che, calligraficamente parlando, i nostri nonni e bisnonni ci siano nettamente superiori. Magari non sanno come scrivere un messaggio con WhatsApp (forse perché a scuola hanno imparato “solo” a leggere, scrivere e far di conto…), ma con la penna riescono a tratteggiare anche i sentimenti oltre che le parole, perché dalla vita hanno appreso molto più di noi. Hanno compreso il significato dei gesti, anche piccoli, e la bellezza di un ghirigoro in più sotto l’iniziale di una parola importante. Ciò che distingueva le parole scritte, che le arricchiva del suono che non potevano avere, del timbro di quella voce tanto cara quanto silente, era proprio la grafia, ossia il modo particolare e quasi inconfondibile di vergarle sulla carta. Le parole e i significati erano ovviamente comuni e condivisi. Ora anche la grafia è comune, standardizzata ed omologata, dettata dalla tastiera del nostro telefonino e dalle sue collezioni più o meno ampie di emoji e disegni.

La fatica più grande è proprio questa: non riuscire a comunicare adeguatamente proprio con quella generazione che stiamo maggiormente proteggendo, perché a dividerci non c’è solo, da un lato, il loro eventuale analfabetismo digitale e, dall’altro, la nostra pericolosità virale. C’è un linguaggio diverso, non solo nei modi e nei mezzi, ma anche nella sostanza.

Tra le tante opportunità da cogliere, perciò, c’è anche quella di riuscire nuovamente a comunicare tra generazioni. Proteggiamoci anche dall’isolamento relazionale. E, al momento, il linguaggio e le sue ricchezze sono una delle poche risorse a disposizione. Non sciupiamoli, ma nemmeno dimentichiamocene banalizzandoli.

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