Pietro, da ospite a volontario

Intervista raccolta e raccontata da Fausta Gerin, Coordinatrice Area Educazione alla Mondialità

Pietro (nome di fantasia) non ha problemi ad incontrarmi. Ovviamente sa chi sono e perché ho chiesto di incontrarlo. Non è curiosità fine a se stessa, ma cercare di capire se e come raccontare il suo vissuto, a che scopo.

Io stessa mi sono interrogata (e mi interrogo) sul senso da ridare all’Area educazione alla mondialità. Il Covid è stata un’interruzione brusca alla prassi ordinaria, ma forse ci saremmo arrivati comunque, per l’evoluzione delle cose. Le modalità sono da rivedere, i bisogni dei destinatari da rileggere.

Cosa può interessare ai giovani di una storia come quella di Pietro? Lui oggi è volontario in un servizio a bassa soglia e lo fa perché può permetterselo. Da cinque anni non tocca alcool, di conseguenza non ha scatti di violenza e non allontana le persone. La donna che ha scelto di vivere con lui, la compagna, lo stimola a tenere duro. Lo fa anche per lei, ma anche perché se lo merita lui stesso. Per lui è facile “scendere al livello di”, perciò si impegna in questa forma di volontariato, di supporto a chi sta vivendo quella che è stata la sua stessa vita.

Il padre aveva lasciato sulle spalle della madre il totale impegno della famiglia e lui è cresciuto come la madre ha potuto crescerlo. Ha vissuto violenze, alcool, carcere. Ha anche avuto fiducia, possibilità, aiuto. Non è giovanissimo; mi pare intimidito a dire di avere una donna che lo ama, quasi stupito. Lui mi dice che se serve a qualcuno, a capire meglio, è ben contento di incontrare gruppi, raccontare di sé, di come dopo lunghi anni di discesa si possa risolvere qualcosa.

«Il 90% della mia vita è stata segnata dalla solitudine» A me queste “sintesi” di una vita arrivano sempre come mazzate…eppure è così. Quando incontro i gruppi, nel mio lavoro, ad un certo punto dico sempre che la grande povertà è quella relazionale. La deprivazione di un uomo è quella di altri uomini, con cui fare esperienze, condividere emozioni, sentimenti, con cui crescere insomma. Abbiamo bisogno di essere felici e di esserlo con altri. «..e di regole» aggiunge Pietro. Proprio in virtù della sua esperienza, lui ritiene che le regole debbano esserci, in quanto paletti delimitanti un dentro e un fuori, un consentito e un non consentito. Nella sua attività di volontariato riporta questa convinzione, perché lui c’è, si avvicina, ma le regole aiutano anche nella relazione, fanno chiarezza.

Azzardo una domanda, che mi permetto alla fine della nostra chiacchierata: «Pietro, anche per come mi parli della tua compagna, non hai paura che ti capitino ancora momenti in cui rischi di allontanarla con le tue reazioni di una volta?» «No, perché se sono arrivato a fare il volontario è perché mi sento cambiato, nel profondo».

Ringrazio Pietro per la disponibilità e con l’accordo di incontrare dei gruppi che vorranno sentire la sua esperienza e che magari, come mi disse al tempo un altro Pietro, molto più giovane di lui, sospenderanno il giudizio perché «davanti ad un racconto di vita hai solo da ascoltare».

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