La comunità cristiana, la società e il rapporto con i “poveri”

Oggi la società civile ha assunto il compito, un tempo quasi “riservato” alla Comunità cristiana, di organizzare la vita sociale, culturale, economica e politica…

Dall’assistenza al riconoscimento, promozione e partecipazione
 

La nostra storia occidentale ci può dire come questo rapporto sia stato realizzato nei secoli dopo la venuta di Gesù Cristo e come si sia modificato a seconda dei tempi e dei luoghi dove la Chiesa di Gesù si è inculturata.

Guardando ai tempi di oggi sappiamo che le domande che nascono dalle situazioni nuove, dato che la vita è sempre in trasformazione, richiedono risposte che si modificano costantemente per stabilire sempre un rapporto efficace e dialogico. Oggi la società civile ha assunto il compito, un tempo quasi “riservato” alla Comunità cristiana, di organizzare la vita sociale, culturale, economica e politica. Le risposte tradizionali alle disfunzioni sociali, che generavano povertà, erano assunte dalla Chiesa. Questa ha attivato una serie originale di risposte che hanno costituito un patrimonio di attività caritative che sono state concretizzate dalle Congregazioni religiose, dalle Associazioni e dalle parrocchie. Oggi la politica ha il compito di dare risposte non emergenziali alle situazioni che si riscontrano, causate dal disequilibrio del rapporto tra famiglia, lavoro e intervento sociale (= welfare). Se la società tende a strutturasi naturalmente in maniera disuguale e ad espellere i più fragili è compito della Comunità cristiana e della politica ritessere i legami, che si rallentano o si rompono, per sostenere le persone e famiglie nel processo di ricostruzione della proprie potenzialità e forze per riprendere il cammino. Guai a pensare che, nella costruzione della società, dei “nuovi” o tradizionali poveri si può fare a meno!

 

Non ci sono due società o due mondi. Tutti apparteniamo alla stessa e siamo a dare il nostro contributo originale alla sua edificazione. Viene da pensare come mai i “poveri” non sono presenti negli incontri quotidiani organizzati dalla Comunità cristiana e società civile. Come mai loro siano sempre ed unicamente fruitori dei nostri servizi e mai protagonisti della propria storia e partecipi necessari della società e comunità di cui fanno parte.

L’impostazione tradizionale dei nostri interventi è figlia della nostra mentalità, della nostra visione della vita. Noi siamo ancora più attenti alle cose, alle prestazioni e ai servizi, sempre necessari, che alle persone che incontriamo.

Credo sia questa la vera chiamata alla conversione a all’impostazione dei nostri interventi socio-sanitari e assistenziali. Abituati a dare più importanza alle cose, che le persone e famiglie richiedono e dei quali effettivamente hanno bisogno, induciamo inavvertitamente la richiesta esclusiva di cose e beni materiali. Il bisogno più profondo, che è quello del riconoscimento, della relazione e quello spirituale ed evangelico, rimane inespresso, inavvertito, non coltivato, ingenuamente trascurato. Noi siamo discepoli di Colui che ha avvertito: “Non di solo pane vivrà l’uomo …” (Mt 4,4) e se vogliamo crescere come figli e fratelli siamo chiamati ad esprimere integralmente la nostra identità e missione.

 

Se si trascura la qualità dell’accoglienza, dell’ascolto, del riconoscimento inevitabilmente la nostra risposta rimarrà parziale e non aiuterà le persone a sentirsi tali e parte viva, indispensabile, preziosa della Comunità.

 
 
Don Luigi Gloazzo

 

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