Livio, tra dignità ed orgoglio – Storie dalla mensa

Testo di Carolina Venturini.

Lo chiameremo Livio.
E’ un uomo come ce ne sono tanti: vicino alla pensione, ex operaio, solo. Arriva in mensa nel 2016 dopo il divorzio, il fallimento della ditta, l’ultimo sfratto. I suoi problemi lo hanno allontanato da amici, figli e società.
La vita scorre alla ricerca di un nuovo lavoro, tra espedienti, ripari di fortuna, soluzioni temporanee senza orizzonti e prospettive. Lo tiene in vita l’orgoglio di uomo che crede di poter ancora trovare in autonomia una soluzione alle sue difficoltà.
Rifiuta gli aiuti dall’assistenza sociale e da chiunque provi ad offrirgli qualcosa, noi compresi. 𝘜𝘯 𝘶𝘰𝘮𝘰, 𝘪𝘯𝘧𝘰𝘯𝘥𝘰, 𝘴𝘦 𝘦̀ 𝘵𝘢𝘭𝘦 𝘥𝘦𝘷𝘦 𝘴𝘢𝘱𝘦𝘳𝘴𝘪 𝘴𝘢𝘭𝘷𝘢𝘳𝘦 𝘥𝘢 𝘴𝘰𝘭𝘰, si dice.
Livio viene in mensa, si apre a fatica ma, con il suo modo di fare, ci permette di riflettere sul 𝘴𝘦𝘯𝘴𝘰 𝘥𝘦𝘭𝘭’𝘢𝘪𝘶𝘵𝘰, 𝘴𝘶𝘭 𝘭𝘪𝘮𝘪𝘵𝘦 𝘪𝘯𝘷𝘢𝘭𝘪𝘤𝘢𝘣𝘪𝘭𝘦 𝘥𝘦𝘭 𝘳𝘪𝘴𝘱𝘦𝘵𝘵𝘰 𝘶𝘮𝘢𝘯𝘰 𝘥𝘢𝘷𝘢𝘯𝘵𝘪 𝘢𝘭 𝘭𝘪𝘣𝘦𝘳𝘰 𝘢𝘳𝘣𝘪𝘵𝘳𝘪𝘰 𝘱𝘦𝘳𝘴𝘪𝘯𝘰 𝘯𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘨𝘳𝘢𝘷𝘦 𝘮𝘢𝘳𝘨𝘪𝘯𝘢𝘭𝘪𝘵𝘢̀.
Ci insegna a fermarci, a fare un passo indietro, ad esserci senza imporci.
Per noi è spontaneo pensare di dover dare, fare, risolvere: agire oltre i problemi. E’ una prassi operativa, una forma mentis, un dovere morale. Ma persone come Livio ci ricordano che l’aiuto non si può imporre e nemmeno calare dall’alto. A volte un aiuto valido può essere un semplice restare a disposizione perché questa presenza garantita può risultare sufficiente. Almeno per un periodo, che la persona stessa deciderà per quanto a lungo.
Il rispetto per i nostri utenti si manifesta nel rispetto della volontà contraria alla nostra. In tanti ci siamo affezionati a Livio. Per ora, dobbiamo solo accettarlo così com’è. Con i suoi silenzi e la sua forza, con le briciole dei sogni che ha distrutto e la solitudine pesante che insacca nello zaino.
Con la dignità più intima di Uomo come ultimo baluardo che può definirlo tale.
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