La percezione non è la realtà

Fere libenter homines id quod volunt credunt (Di solito gli uomini credono volentieri in ciò che desiderano) ha affermato Cesare nel suo De bello Gallico, traendo la morale da una diretta esperienza di fake news elaborata al fine di ottenere la vittoria in battaglia. Ai Galli infatti, avversari temibili e all’altezza dello scontro fece arrivare la notizia di un esercito romano debole, spaventato e ridotto nei numeri; questi, non aspettando altro che la conferma della propria superiorità, si gettarono in uno scontro percepito come già vinto ma che nella realtà li portò ad una sonora sconfitta.

Questo capita anche oggi. Soprattutto oggi, dove i mezzi di condivisione dei contenuti (perché l’informazione è altra cosa) sono diffusi al punto tale da farci percepire che la verità sia a portata di clic. Di fatto non è così, ma questo non ha importanza. Ciò che importa è che sia possibile considerare soltanto i dati di realtà che ci confermano nelle nostre idee, prendendo per vero soltanto ciò che già crediamo tale. Questa strategia è indubbiamente confortante: ci permette di evitare la fatica di dover “cambiare idea” nel caso dovessimo sbagliarci e, a lungo andare, ci convincerà che non sbagliamo mai o raramente. Inversamente proporzionale a questa fatica è la facilità con cui ci formiano un’opinione, su qualsiasi cosa. Del resto, l’importante appunto è l’opinione, non la conoscenza reale. Già Platone aveva notato che l’opinione si colloca sul gradino più basso di quella scala che conduce alla conoscenza reale: l’opinione (doxa) può essere vera, ma non può mai avere in sé la garanzia della propria correttezza. Va verificata col rischio di essere smentita. 

Come affermato da Sabino Cassese in un’interessante intervista apparsa sul Foglio del 6 agosto, “la democrazia e le sue teorie non hanno sufficientemente affrontato e studiato il problema che sorge dal fatto che le opinioni non corrispondono automaticamente alla realtà”. Questo è per certi versi naturale, perché è concretamente impossibile gestire ed interpretare una mole troppo grande e complessa di dati, e perciò ci affidiamo alla semplificazione, a stereotipi, ad immagini mentali riassuntive, che tuttavia hanno lo svantaggio di essere immagini immancabilmente parziali e semplificate. Mentre la realtà è complessa.

Gli stereotipi sono più facili da gestire e da governare; e ci permettono di “osservare il mondo non per quello che è ma per quello che sembra”, ingigantendo alcuni fenomeni (immigrazione, criminalità, ecc.) e passandone altri sotto silenzio (debito pubblico, corruzione, libertà democratica, ecc), dal momento che ciò che importa non è ciò che realmente accade ma ciò che viene narrato e fatto percepire.

In questo sembra che l’autentico senso della libertà consista, citando Orwell, nel diritto di dire alla gente ciò che non vuol sentirsi dire. E sta diventando sempre più difficile perché al dialogo e al dibattito pubblico vanno sostituendosi forme fittizie di comunicazione, che magari intercettano migliaia o milioni di persone, ma che non hanno lo scopo di informarle ma di condizionarle, in una sorta di manipolazione di ritorno, perché questo processo di elaborazione del consenso “costringe” chi lo sfrutta a un contino racconto dei fatti e della realtà non per quello che sono ma per quello che la gente vuole che siano, conducendo peraltro ad una sempre minor lungimiranza. 

La democrazia, quella autentica, cova dentro sé stessa un paradosso capace di annientarla: democraticamente si può scegliere di non essere più in democrazia, ma il passaggio non è reversibile: è difficile uscire senza violenza dalla dittatura. Gli antidoti, presenti nella democrazia stessa, sono ad esempio la libertà di parola e opinione, un sistema di poteri bilanciato, una serie di risorse intellettuali (informazione pluralista, libri, ecc.) cui dover attingere (perché il diritto ad esprimersi si controbilancia con il dovere di informarsi, altrimenti sembrerebbe corretto affermare che al diritto di dire qualsiasi cosa corrisponda il diritto altrui di rispondere in qualsiasi maniera…).

Ma mai come oggi, che sembra di godere di una libertà indiscriminata di parola, siamo invece profondamente limitati nel pronunciarla perché stiamo sempre più perdendo la capacità di attingere a contenuti con cui riempire questa parola di senso. Twittare o postare non equivale ad essere liberi. 

Di solito gli uomini credono volentieri in ciò che desiderano. Non in ciò che è vero.

 

Articolo a cura di Stefano Mentil, Centro Documentazione Pace e Mondialità, centrodocumentazione@diocesiudine.it

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