Profughi, la crisi non è finita

In Italia sono 13 mila le persone, fuggite dai Paesi della «Primavera araba», che devono lasciare i centri di accoglienza, 105 sono ospitati dalla Caritas udinese, per loro un futuro carico di incertezze – Articolo dal settimanale diocesano “La Vita Cattolica” del 7 marzo 2013.

IL MINISTERO DELL’INTERNO HA DICHIARATO CHIUSA L’«EMERGENZA NORD AFRICA», MA SOLO SULLA CARTA
PROFUGHI, LA CRISI NON E’ FINITA
 
 
Tempo scaduto. Emergenza finita. Ma solo nelle circolari del Ministero dell’Interno, perché, per loro, una nuova emergenza inizia ora. Sono i circa 13 mila profughi rimasti in Italia degli oltre 62 mila accolti nell’ambito dell’«Emergenza Nord Africa», programma di accoglienza avviato nel maggio del 2011 per fronteggiare l’esodo della primavera araba e che si è ufficialmente chiuso giovedì 28 febbraio. Per loro un viatico di 500 euro e l’obbligo di lasciare i centri dove sono stati accolti. Ma con quali prospettive? Con quale futuro? E pensare che per loro sono stati spesi in media 25 mila euro a persona.
Senza la benché minima progettualità. Molti di questi soldi, anticipati dalle organizzazioni, devono ancora essere rimborsati. Anche la rete delle Caritas diocesane ne ha accolti 3 mila. La Caritas di Udine ha dato alloggio – nelle strutture di Udine, San Daniele, Cividale, Lestizza e Villa Santina e al Civiform di Cividale – a 105 profughi, in gran parte giovani dai 20 ai 30 anni. «Tutto questo pone un grande punto interrogativo – spiega don Luigi Gloazzo, direttore della Caritas diocesana – questi giovani rimasti sono in difficoltà, alcuni di loro hanno anche manifestato delle sofferenze psichiche». Ma il nocciolo della questione sta a monte nella scelta fatta dall’allora Ministro dell’Interno Maroni. «Questi giovani – continua il sacerdote –sono stati ospitati negli alberghi in maniera inopportuna, impropria, una scelta che squalifichiamo perché ha favorito una passività dei giovani e non una partecipazione alla costruzione della loro vita». «Eppure si sapeva che prima o poi tutto questo sarebbe finito e sarebbe finito con, da una parte, delle persone che rimangono a chiederti una risposta e, dall’altra, uno stato che li ha mantenuti senza la possibilità di cercarsi un lavoro, senza prima aver chiarito il loro stato sociale». Queste persone ora avranno un annodi tempo per trovare un lavoro e «inserirsi nel mondo produttivo», non solo qui, ma in tutta Europa, altrimenti «resteranno, come molti, clandestini», entrando magari nelle maglie, soffocanti, del lavoro sommerso. Ma la crisi è sotto gli occhi di tutti e questo non è certo il periodo più felice per cercare un’occupazione. Si poteva invece agire più in fretta, garantendo qualche sicurezza in più due anni fa, risparmiando tra l’altro risorse notevoli, «perché – sottolinea don Gloazzo– questi giovani hanno solo il desiderio di trovare un lavoro, non chiedono certo di farsi mantenere». Una dietro l’altra invece solo «pezze» a una situazione «che non si vuole affrontare in maniera civile». E un problema nel problema è costituito dal fatto che alcuni di loro, una quindicina in tutto, sono veramente svantaggiati perché manifestano una fragilità più marcata, sono sottoposti a cure impegnative o non hanno imparato una parola di italiano. Una serie di questioni difficili da affrontare che si innestano in un contesto in cui nei fondi per dare risposte efficaci c’è ormai davvero poco da attingere.
Anna Piuzzi
 

 

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