Noli me tangere

Articolo di Stefano Mentil, Centro Documentazione Pace e Mondialità

contatto

contattoC’è chi ha perso il gusto, chi l’olfatto a causa del Covid-19. Ma esiste un altro sintomo di questo fiero morbo che da ormai un anno ci costringe ad una vita che continuiamo a percepire come non normale. La perdita del tatto. È un sintomo talmente diffuso che anche chi non ha contratto il virus l’ha dovuto, forzatamente, sperimentare.

Infatti, il tanto temuto contagio trova la propria radice etimologica nei lemmi latini cum e tangere, da cui derivano appunto parole italiane come tangere, tocco (dal lat. tactus), toccare. Abbiamo appreso a suon di decreti come il contatto sia da evitarsi, come per farsi prossimi degli altri ora sia necessario paradossalmente restare lontani da loro.

Sempre riflettendo rispetto alle parole e alla loro origine, c’è questo di strano: chi perde la vista diventa cieco, chi perde l’udito sordo e chi è privato della parola viene definito muto. Ma chi perde il tatto? Tale condizione è talmente inconsueta che nessuno ha rintracciato la necessità di coniare un vocabolo che la descriva.

Dall’altro lato abbiamo notato come il contatto sia anche parte della cura, oltre che uno dei vettori della pandemia. Le cosiddette sale degli abbracci a questo servono: a far soffrire meno la lontananza di chi ci sta a cuore, che possiamo anche sentire e vedere senza soluzione di continuità a distanza o attraverso un terminale, ma che non possiamo toccare. Ma è attraverso questo senso che passa buona parte della nostra identità. Il tatto è il primo senso che si sviluppa nel feto ed è mediato dalla pelle, l’organo più esteso che abbiamo. Rinunciare da un giorno all’altro a tutto questo equivale, credo, a rinunciare altrettanto improvvisamente alla vista o alla parola.

Il tatto è indispensabile. Per percepire noi stessi, oltre che gli altri. I nostri confini e le caratteristiche di chi e di ciò che ci circonda, che costituisce la realtà entro cui svolgiamo la nostra esistenza.

Consideriamo ad esempio come il Genesi narra la creazione del primo uomo, ossia come l’inizio della vita umana è stato immaginato: “Allora il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente” (Gn 2, 7). La creazione passa attraverso il tocco e il soffio del Creatore verso la creatura. Anche pittoricamente, tale scena è stata descritta anche con il contatto tra l’indice del Creatore e l’indice della creatura: si pensi alla Creazione di Adamo di Michelangelo sulle volte della Cappella Sistina.

Il tatto è un canale comunicativo, attraverso cui scambiano informazioni, sensazioni, emozioni con i nostri simili, e non solo. Una carezza fatta ad un animale, infatti, è un moto quasi istintivo per dimostrargli affetto. Ma tornando agli esseri umani, per quanto tempo madre e figlio comunicano attraverso il tatto? Sicuramente durante tutto il periodo della gravidanza, dove vista e udito sono ancora interdetti, ma anche oltre, probabilmente per il resto della vita.

L’amore, in tutte le sue forme, ha bisogno del contatto.

Auguriamoci che avervi dovuto rinunciare così a lungo ci restituisca presto la capacità di apprezzarne la ricchezza delle infinite sfumature, il profumo degli abbracci, la stima reciproca di una stretta di mano, la fiducia di una pacca sulla spalla, il celato affetto di un furtivo contatto, ma anche l’amichevole simpatia di una manata sulla schiena o la fraterna soddisfazione di un “cinque” battuto per celebrare una comune conquista.

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