Testo integrale

Profughi ed accoglienza per l’integrazione

Riflessione di Don Luigi Gloazzo, Direttore Caritas diocesana di Udine

Raccontiamo prima di tutto un fatto. Il 22 luglio 2019, su ordine della prefettura di Udine, una famiglia irachena composta da papà, mamma e 5 bambine, nate dal 2006 al 2016, è stata trasferita di imperio da Enemonzo in un appartamento di Ancona, ospiti di una cooperativa che gestisce, per conto della prefettura locale, cioè dello stato italiano, una struttura “giusto per 7 persone”.

A nulla sono valse le proposte alternative della Caritas diocesana per un cambio di persone, quelle appena entrate in accoglienza e non ancora stabilizzate sul nostro territorio friulano. Il positivo inserimento nel tessuto sociale del paese e nella scuola locale, l’accompagnamento del volontariato, la disponibilità dell’amministrazione comunale, la collaborazione incondizionata della parrocchia dei Ss. Ilario e Taziano, la naturale e spontanea accoglienza e solidarietà di molti, patrimonio delle persone e comunità che coltivano la propria umanità, fede e coscienza civile, non sono servite a convincere la prefettura per un cambio. Tra l’altro anche la struttura di Enemonzo era proprio per 7 persone. Ci è sorto anche il dubbio che la decisione fosse stata presa per risolvere un problema con la cooperativa di Ancona, dato che non ci sono state date spiegazioni plausibili. Ci è stato risposto: “Non si discute: si fa così e basta!” Mi è tornata alla memoria la poesia di Giuseppe Giusti in Sant’Ambrogio dove il poeta paragona i soldati asburgici impettiti a “prender Messa” a “strumenti ciechi d’occhiuta rapina”.

Si era ipotizzato, anche, una possibile difesa delle ragioni di questa famiglia per consolidare l’integrazione in quel contesto, ma abbiamo abbandonato questa possibile strada da percorrere in loro difesa quando i genitori si sono impauriti di fronte alla prospettiva di perdere il diritto all’accoglienza, adombrato dall’autorità statale.

La Caritas non si è sentita di procedere per questa strada di difesa della famiglia proprio perché non si è voluto strumentalizzarla per ragioni e battaglie con venature ideologiche. In fondo quello che si cerca di fare lo si fa assieme e d’accordo, altrimenti gli unici a perdere sono quelli che si vorrebbero difendere. Noi siamo “garantiti oggi e domani” loro no.

Ci risulta, dato che è possibile continuare a comunicare attraverso i cellulari, che la sistemazione attuale è buona e la famiglia si adatta alla nuova situazione senza recriminare e confrontare la nuova con la precedente. Così possiamo dire, a conclusione, che per loro è proprio andata bene e noi le auguriamo buona fortuna in questo mondo e società così contraddittori e disuguali. Troveranno sicuramente persone accoglienti e umane che la aiuteranno a fare le prime tappe di un lungo cammino!

Però voglio annotare alcune osservazioni in merito a questa vicenda e all’attuale orientamento imposto dal governo. La prima mi viene da un frammento di ricordo della storia della filosofia (ahimè faccio parte di un’élite che prova a dialogare molto spesso con il popolo!) e in particolare dal pensiero di Hegel (1770-1831), un filosofo tedesco che ha orientato la ideologia del pensiero europeo e la prassi nella formazione degli stati nel periodo romantico/risorgimentale.

Lui scriveva che ci sono tre forme di idea/pensiero che emergono dalla natura e si concretizzano nello Spirito assoluto, cioè Dio, nello Spirito oggettivo, lo stato/il sociale, e lo Spirito soggettivo/individuale, le persone. Anche lo Spirito oggettivo ha bisogno di un culto e un rispetto quasi assoluto, come quello riservato a Dio. Per cui opporsi allo stato è paragonabile a commettere un sacrilegio. Lo stato, come gli idoli, ha bisogno del culto incondizionato e devoto.

Quando si viene a contatto con i cosiddetti “servitori dello stato” (come non lo fossimo tutti, eventualmente!), bisogna obbedire e tacere e mai chiedere conto. Con la democrazia lo Stato è diventata Repubblica (= Cosa pubblica, Bene comune) e ci ha reso tutti cittadini dal 2 giugno 1946. Anche se la democrazia non è la condizione ideale e perfetta dell’organizzazione sociale, credo che si è fatta strada oltre questa concezione sacrale dello stato, ma molti dei funzionari che si incontrano in queste strutture periferiche e/o centrali pensano e agiscono da una posizione privilegiata e, a volte, si degnano di concedere il beneplacito di qualche piccolo “favore”, dato che agiscono con benevolenza. Purtroppo si “dimenticano” di non essere più servitori dello stato “potere”, ma della Repubblica dei cittadini, come lo sono essi stessi. In realtà quando hanno bisogno di risolvere i problemi di competenza dello stato chiedono gentilmente favori al III settore, dato che non possono farne a meno per conoscenza del territorio e professionalità dei servizi, ma quando arrivano ordini dai supposti “superiori” sono intransigenti e inflessibili.

Le realtà del III settore che gestiscono i servizi hanno bisogno di comunicazioni scritte per una congrua autotutela, ma si comunicano gli ordini a voce per non lasciare traccia a possibili “ricorsi” legali. Ho fatto presente, in un dialogo informale, che le posizioni tra chi appalta e chi concorre sono asimmetriche, dato che la bilancia pende tutta da una parte; che non ci sono difese di fronte allo strapotere dello stato; che diverse volte è stato proprio lo stato a mandare a gambe all’aria chi (aziende e cooperative) si era fidato di lui e non ha rispettato i tempi per i pagamenti dei servizi svolti. Come difenderci da questo stato “idolo”, troppo “Spirito oggettivo!” Mi è stato risposto con chiarezza giuridica: “Non si possono fare azioni vessatorie contro lo Stato!” Insomma se fai ricorsi sei fregato 2 volte: chi ti accusa è anche il tuo giudice; chi ti giudica lo fa quando sei già morto!

Con chi stiamo parlando, quindi, quando si deve parlare e avere a che fare con questi “servitori dello stato?” Con chi abbiamo a che fare quando lo stato viene occupato da persone e partiti che emettono leggi contro le persone più fragili e indifese?

Ringrazio il Signore per avere tre punti di riferimento chiari e maturati in tanti anni di partecipazione alla vita pubblica ed ecclesiale: l’esperienza vissuta in famiglia dove si ospitavano con naturalezza i poveri di passaggio e quelli che volevano passare la notte; il Vangelo, attualizzato nel pensiero sociale della Chiesa e nella sua pratica millenaria; la Costituzione della Repubblica italiana, che ci obbliga a difendere e stare accanto agli ultimi e indifesi. Non vale nascondersi dietro la inerzia degli stati europei per prendere decisioni così dis-umane. Semmai è proprio compito della politica cambiare le regole inique della convivenza interessata e della solidarietà a singhiozzo. Chiudere i porti, con la fresca legge sulla sicurezza, agli sbarchi delle persone non è solo miopia e accanimento, ma strategia per deviare l’attenzione dell’opinione pubblica, ricordo il pifferaio di Hamelin, sull’esportazione di armi, che avviene attraverso i porti aperti, sull’ingresso della droga in quantità industriale, sulle mafie criminali che accumulano ingenti capitali e la fanno distribuire al dettaglio tramite alcuni “poveracci” che raccattano illegalmente e colpevolmente alcuni euro dallo spaccio.

Si fa sempre chiasso mediatico sugli stranieri spacciatori e mai su chi l’acquista e la usa: gli italiani puri e immacolati di ogni classe sociale ed età. I nostri problemi, insomma, vengono sempre scaricati sugli “ultimi” della società, sui “capri espiatori”. È un gioco/rito antico, ma rende ancora e si continua a praticarlo distraendo le persone/cittadini con palliativi estivi e spettacoli balneari. Le cure palliative sono utili per lenire il dolore, ma vengono utilizzate non per curare i mali delle persone e delle società, ma per accompagnarle all’imminente incontro con la morte.

Don Luigi Gloazzo

Direttore Caritas diocesana di Udine

Udine 7 agosto 2019

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