Non toccateci la Speranza

Articolo di Alberto Barone, Mensa diocesana La Gracie di Diu

speranza

La povertà materiale diffusa è comprensibile, o almeno cerchiamo di comprenderla, ed è chiaro a tutti che il suo dilagare corre di pari passo con l’aumento della ricchezza, che per lo più si concentra in poche mani.

Ma come è potuto accadere che, nelle nostre società occidentali, del benessere democratico, sia ancora presente il fenomeno delle persone che vivono condizioni di marginalità estrema, e che tale fenomeno sia in costante aumento?

Una tra le idee dominanti della filosofia contemporanea si incentra sul fatto che ci troviamo nell’epoca del nichilismo, e chi indaga le cause delle povertà simbolico-esistenziali[1] non può non tenerne conto. Il nichilismo è essenzialmente un fenomeno in grado di investire tutta la sfera del reale, oggetto di diverse interpretazioni filosofiche. Non riguarda solo la sfera metafisica, che sfocia nell’ateismo[2], ma si spinge nella zona inconscia e spirituale del nostro essere, quindi è anche un problema ontologico. La questione è molto complessa e meriterebbe una larga trattazione, non esauribile in questo contesto. In sintesi, il nichilismo assume continuamente forme nuove e diverse, infiltrandosi nelle tendenze sociali, economico-produttive, storico-filosofiche, teologiche, metafisiche e culturali. É come un virus auto-mutante, per volgere il pensiero all’odierno penare.

Se volessimo esporre una definizione di nichilismo in grado di aiutarci a capire il nesso tra filosofia e pedagogia, per la costruzione di una filosofia dell’educazione che ci consenta di affrontare il tema della povertà simbolico-esistenziale, si potrebbe affermare quanto segue: il nichilismo è la perdita dell’orizzonte di senso determinata dalla moltiplicazione dei simboli che investono la nostra realtà[3]. L’uomo, di per sé, ha bisogno di simboli per dare un senso alla propria vita, ma quando questi si riproducono a dismisura, la capacità di scelta soggettiva vacilla. Quando ci troviamo di fronte a una vasta gamma di possibilità, a dir poco esagerata, in noi subentra un senso di vuoto che frena il nostro essere nel mondo: la progettualità. Viene così a determinarsi una profonda forma di impoverimento interiore, difficilmente percepibile da chi ne è vittima.

La tecnica, l’industrializzazione e la scienza hanno avuto una tale accelerazione, tuttora inarrestabile, nei confronti della quale le persone più vulnerabili non riescono a starvi dietro.

Nietzsche descrive il nichilismo in questi termini: “Manca lo scopo. Manca il perché. Svalutazione di tutti i valori”[1], e lo fa coincidere con la morte di Dio annunciata dal folle[2].

Umberto Galimberti, filosofo contemporaneo allievo di Emanuele Severino, interpreta la sentenza di Nietzsche e il nichilismo pressappoco così: se nell’agire umano manca lo scopo significa che il futuro non è più una promessa, ma diventa imprevedibile e quindi retroagisce come adattamento e come rinuncia alla progettualità. Se manca la risposta al “perché esisto?” non siamo in grado di ritagliarci un ruolo nella società, perché avere un ruolo significa essere predisposti all’auspicio di realizzazione, e questa mancanza di un obiettivo sociale ci spinge lentamente ai margini, mentre la nostra insignificanza si trasforma in chiusura esistenziale, devianza, dipendenza e asocialità. Rispetto alla svalutazione dei valori è necessario porre una riflessione: i valori cambiano e si modificano in continuazione rispetto alle epoche storiche. Sono dei parametri sociali utili alla convivenza delle comunità: il problema non è il cambiamento della morale, che necessariamente avviene, ma se i valori in essa contenuti si perdano senza che si formi un nuovo apparato valoriale. Non esisterebbe, dunque, alcuna “philosophia perennis”.

Nel secondo dopoguerra, restando in ambito filosofico, nasce il così detto “pensiero debole” per contrastare un “pensiero forte” il quale aveva determinato i totalitarismi come suo effetto collaterale[3]. Quando parliamo di pensiero debole, intendiamo una sfera concettuale ad ampio raggio, aperta a molteplici ideali e categorie, che si modifica continuamente adattandosi a quell’accelerazione di cambiamento. In quel contesto il cambiamento fu dettato, perlomeno nella sua fase embrionale, dalla paura per gli schemi politici estremamente rigidi che avevano portato alle grandi dittature. Successivamente, il pensiero debole si è concretizzato nella democrazia.

Il pensiero debole, nelle sue intenzioni originarie, presupponeva di riaprire le porte alla morale, ma questa però non riuscì a ricomporsi in quanto frastagliata dalla moltiplicazione dei simboli-valori. Inoltre, nella pretesa di ri-determinare costantemente la realtà, ha pagato lo scotto dell’emersione del pluralismo simbolico, diffondendo il senso di vuoto e lo smarrimento esistenziale di cui abbiamo detto. Possiamo dunque affermare che anche l’effetto collaterale del pensiero debole contribuisce a determinare il nichilismo post- moderno.

Il pluralismo simbolico ha causato la frammentazione del tessuto civile: la convergenza attorno ai valori comuni, pochi ma chiari, viene sostituita da una pluralità di sistemi valoriali non sempre compatibili tra loro. Max Weber definisce questo fenomeno “politeismo di valori”[1]. Tornando a Nietzsche e alla proclamazione della morte di Dio, dobbiamo porre alcuni chiarimenti: non si tratta di una diatriba tra credenti e non credenti: se Dio è morto va da sé che prima c’era. Ed è proprio questo il problema: Dio c’era e noi lo abbiamo ucciso! Ma la morte è solo un’immagine evocativa, che possiamo tranquillamente tradurre con emarginazione, se non esclusione, della figura del sacro dal mondo: il cristianesimo ha introdotto l’idea del tempo escatologico, a differenza dell’antichità dove il tempo veniva considerato ciclico. La linea retta del tempo introduce la categoria della Speranza nei confronti del futuro e l’attesa di ciò che era stato promesso all’inizio: la Salvezza. In presenza di queste categorie possiamo dare un senso alla vita. Il pensiero tecnico razionale ha sostituito il pensiero escatologico ed i valori collegati ad esso: se togliessimo il concetto del sacro dal medioevo, dove tutta la realtà è caratterizzata da esso, noi non riusciremmo più a orientarci; se invece togliessimo tale concetto dal contesto odierno, il mondo resterebbe comprensibile. Non lo sarebbe più se eliminassimo improvvisamente la tecnica.

La tecnica non tende ad uno scopo, ma solo al suo auto-sviluppo. Quando si parla di tecnica dobbiamo distinguerla dalla tecnologia: quest’ultima è solo una conseguenza del pensiero tecnico. Non stiamo parlando di smartphone o di play station. La tecnica è un modo di ragionare: è un pensiero razionale, molto semplice, che consiste nel raggiungere il massimo degli obiettivi con il minimo sforzo da parte dell’uomo. Ma se lo scopo della tecnica è il proprio auto-sviluppo, questo significa che il mezzo per raggiungerlo è proprio l’uomo. Ecco il ribaltamento valoriale tendente al nichilismo: il mezzo è diventato fine e il fine mezzo. La tecnica doveva essere il mezzo per raggiungere i fini dell’uomo, e invece, in questo processo, l’uomo è diventato il mezzo per il fine della tecnica. Quando la razionalità tecnica avrà raggiunto l’apice del suo auto-sviluppo, il dominio sul mondo, siamo sicuri che l’uomo non sarà totalmente emarginato e ridotto a strumento, fino al suo annullamento?

Già ci troviamo di fronte a molteplici esempi: Galimberti porta quello della politica, la quale dovrebbe prendere le decisioni. Ma se per prendere le decisioni deve far riferimento all’economia, e l’economia deve a sua volta far riferimento alle risorse tecnologiche, questo significa che il potere decisionale è passato dalla politica all’economia e da questa alla tecnologia che, come abbiamo appurato, altro non è che la manifestazione della razionalità tecnica. Dunque, la tecnica decide al posto della politica. Oggi dovrebbero essere le scienze umane, con il contributo della filosofia, a indagare le cause del fenomeno e a tentare una soluzione in merito. Proprio perché quest’onda distruttrice del senso ha investito la nostra società producendo le diverse forme di disagio che incontriamo quotidianamente.

Le scienze sociali, nate dall’impulso di risolvere i problemi della società attraverso un apparato teorico che avrebbe dovuto modellarsi continuamente, hanno perso di vista il loro obiettivo?

La frammentazione dei valori-simbolo ha portato alla convinzione che non vi è più nulla di permanente, che tutto cambia con estrema rapidità: questo, in alcuni soggetti, conduce a vivere alla giornata, a non fare progetti a lungo termine e, più radicalmente, ad abbandonare ogni tentativo di progettazione dell’esistenza.

Se è ragionevole affermare che il nichilismo invade la realtà nel suo complesso, allora anche l’educazione e il servizio sociale ne sono vittime. Solo la filosofia dell’educazione può quindi tentare un’analitica del nichilismo che ponga le basi per un suo superamento. Heidegger, con la sua “pedagogia implicita”[1] lo intuì quando affermò che l’ospite inquietante[2] si aggira per la casa, e che prima di cacciarlo è necessario guardarlo bene in faccia.

Umberto Galimberti affronta il problema del nichilismo filtrandolo attraverso il pensiero tragico dei greci. Essi non utilizzavano la categoria della Speranza, non l’avevano presente, ma erano comunque alla ricerca della verità, una verità altra rispetto a quella cristiana.

Il pensiero tecnico è nato ad Atene, il pensiero della Spes a Gerusalemme, e i Padri della Chiesa l’hanno messo a sistema, proprio attraverso la metabolizzazione del pensiero greco. Ed è nato per contrastare il nichilismo prodotto dalla stessa tradizione metafisica, iniziata in Grecia.

Caro Umberto, tu senti di essere un greco, il tuo pensiero è greco, e le tue intuizioni ci sono di grande aiuto. Ma ti chiediamo solo una cosa: non toglierci la Speranza! Questa, forse, non ci condurrà alla verità come tu ritieni (non noi), ma almeno offre un senso alle nostre esistenze, anche se per te l’esistenza un senso non ce l’ha.

Speranza, Fede e Carità sono le tre virtù teologali che guidano l’agire etico dei cristiani. Ma se allarghiamo gli orizzonti, ci accorgiamo che si tratta di categorie universali da cui non si può prescindere per vivere la comunità: l’amore e la fiducia nel prossimo, per i più fragili in particolare, cosa sarebbe senza la prospettiva di un futuro migliore?

 

Note

[1] Il termine è stato coniato da Alberto Granese, filosofo dell’educazione contemporaneo.

[2] “ospite inquietante” è l’appellativo metaforico che Nietzsche dà al nichilismo.

[1] Cit. in G. Piana, Il nichilismo e la crisi dei valori, in G. Limone (a cura di), Il nichilismo alla sfida della sostenibilità nel mondo civile, Franco Angeli 2007, pp. 101-18.

[1] F.W. Nietzsche, Frammenti postumi 1887-88, fr.9, in Opere complete Vol.8, Adelphi 1971.

[2] F.W. Nietzsche, La gaia scienza, af.125, Adelphi 1979.

[3] G. Vattimo, P.A. Rovatti (a cura di), Il pensiero debole, Feltrinelli 1983, pp. 12-28.

[1] La definizione è del sociologo Roberto Ardigò.

[2] Agostino definiva gli atei come Nihilists.

[3] La tesi secondo cui la moltiplicazione simbolica conduce al nichilismo è stata espressa dal professor Federico Vercellone durante un corso di filosofia teoretica, tenutosi a Udine nel 2007.

Condividi questo articolo

Facebookmail