La carità evangelica è anche intelligente

Articolo di Don Luigi Gloazzo

La carità è l’identità del Dio Trinità, è il suo DNA e noi siamo sua immagine e somiglianza. Siamo sostanzialmente relazione d’amore, dialogo, accoglienza, uscita dall’egocentrismo per metterci al servizio di chi incontriamo, soprattutto se la sua possibilità di vivere e crescere è minacciata. Prima di “fare” la carità, nell’accezione tradizionale della parola, la carità è incontro tra persone, è stare nella relazione, è accoglienza e ascolto, è vivere il tempo mettendo al centro le persone e la loro vita segnata dalla precarietà.

Sotto questo aspetto, se offrire direttamente qualche solidarietà spicciola nella prossimità tra persone è l’unica occasione per incontrare i poveri, non possiamo snobbarla e disprezzarla. Continuare a fare la carità è un richiamo occasionale a non volgere lo sguardo infastidito da un’altra parte, a non ignorare le persone. I beni che offriamo saranno sempre “beni relazionali” che fanno incontrare gli sguardi delle persone. Non hanno solo valore in sé e nel gesto fugace.

Ma tra offerente e ricevente ci possono essere anche relazioni malate, dipendenze che consolidano passività e sfruttamento, non reciproca liberazione e umanizzazione. Gesti e abitudini che non fanno crescere né chi chiede né chi offre, spesso originati da sensi di colpa o volontarismo, non da reale attenzione per l’altro. Nelle relazioni familiari con i bambini e gli adolescenti, infatti, si cerca di crescerli in un patto educativo, nella riconoscenza, nella gratitudine, nella reciprocità, pur fondando la relazione su un amore incondizionato, generato e attivato dal bisogno e non dal merito. Il rapporto è sempre connotato da un compito educativo, da una intenzione che orienta verso una crescita umana ed evangelica reciproca.

Ciò che non fa crescere lascia nei donatori occasionali residui negativi che si trasformano in permanenti atteggiamenti di rifiuto, di stizza, di superiorità, di razzismo. Questi attivano nei fruitori sospetto, inferiorità, sfruttamento, interesse, estraneità alla partecipazione e costruzione della comunità ecclesiale e civile. Ciò che non costruisce relazioni consolida abitudini parassitarie, come quelle del Paguro Bernardo che si muove tutta la vita in casa d’altri.

Il Concilio Vaticano II ha auspicato di far crescere la carità da virtù personale a comunitaria, senza limitarla alla buona volontà del singolo, all’emotività e all’improvvisazione. Il bene si può farlo bene, e sono le famiglie che vivono atteggiamenti di accoglienza e inclusione e le comunità a motivare, a promuovere la partecipazione di chi vive ai margini. Coloro che desiderano essere testimoni di Gesù Cristo oggi, nei luoghi della vita quotidiana, fanno un percorso di apprendimento e formazione nel servizio concreto e qualificato (Caritas e Centri di Ascolto).

Se l’incontro con i poveri lascia noi e loro indifferenti o, peggio, più distanti e giudicanti, è segno che il nostro modo di rapportarci è infantile e malato. La gran parte dei poveri non frequenta i nostri tradizionali luoghi di incontro e questo è un segno che il modo di rapportarci con loro perpetua le relazioni parassitarie e utilitaristiche che abbiamo avviato. Se impariamo a stare davanti ai poveri nello stile di Gesù Cristo allora si attiva in noi la conversione e la comunità cristiana diventa un ambito di esperienza alternativa a quella della società, che si limita nel migliore dei casi alle prestazioni. La carità delle relazioni fraterne apre a tutti un cammino di speranza nella costruzione di una umanità più solidale e fraterna e una società più partecipata.

Don Luigi Gloazzo

Condividi questo articolo

Facebookmail