LEGÀMI

Articolo di Stefano Mentil, referente Centro Documentazione Pace e Mondialità - Prefazione al Progetto Fra(m)Menti con patrocinio di Caritas Italiana

Spesso gli oggetti, le cose, sono l’unica connessione che abbiamo con i soggetti, ossia con le persone, soprattutto se questi oggetti rappresentano dei doni. Le ragioni possono essere tante, ma un elemento comune può essere rintracciato nella distanza. Spesso gli oggetti fungono da ricordo e da contatto con chi non è ci è accanto, dal momento che lo spazio o il tempo lo separano più o meno irrimediabilmente da noi. In questi casi l’oggetto “incarna” in sé una parte dell’anima di chi l’ha donato, verso cui sentiamo un irresistibile desiderio di vicinanza, di presenza e di prossimità, ma che non può esserci accanto. In questi casi l’oggetto cerca di colmare il vuoto che i legami, interrotti temporaneamente oppure inevitabilmente spezzati, creano all’interno del nostro cuore; prova ad essere balsamo per le ferite dell’anima, che certo non guariranno con simili palliativi, ma da cui possono quantomeno trarre parziale beneficio.

Svolgendo quest’opera di supplenza, gli oggetti si ammantano di una dimensione di sacralità che in altri contesti potremmo quasi ritenere blasfema. Ma quando rappresentano l’unico contatto con una persona cara, perché distante migliaia di chilometri ad esempio, questa sacralità è concessa, quasi suggerita. Perché la sacralità non è nell’oggetto ma nel suo significato, in ciò che rappresenta, in quello che richiama al cuore e che ispira alla mente. Quell’oggetto è un ponte spirituale capace di colmare distanze scoraggianti, di trascendere non solo lo spazio ma anche il tempo, le cui barriere alle volte rappresentano per la nostra condizione umana qualcosa di ineludibile.

Gli oggetti, inoltre, sono un mezzo potentissimo di espressione dei nostri sentimenti, insieme alle parole e, ovviamente, ai gesti. Ma diversamente dalle parole, che richiedono la possibilità di interloquire per potersi esprimere, e dai gesti, che addirittura necessitano della prossimità per essere pienamente efficaci, gli oggetti dicono ed esprimono comunque, a prescindere dal contatto e dalla vicinanza. Anzi, come dicevamo prima, colmano proprio l’impossibilità di queste opportunità. Si proiettano oltre quest’impossibilità, intrisi di significati, pervasi di ricordi, capaci di ridestare nella memoria sensazioni ed emozioni.

Ognuno di noi ha affidato ad un oggetto tanta parte della propria memoria e dei propri sentimenti. È naturale farlo, oltre che utile. Viviamo di ricordi, anche perché il passato è l’unica dimensione su cui ci sembra di avere una qualche forma di potere, che possiamo in qualche modo controllare scegliendo cosa ricordare, di quali oggetti e quindi di quali memorie e significati circondarci. Alcuni li scegliamo, altri vengono scelti per noi. Tutti rappresentando un piccolo dono che il tempo, simultaneamente, sembra concederci e di cui vuole privarci. Ogni oggetto ci dispensa ricordi ma nel contempo ci richiede un costante esercizio di richiamo, di vigilanza e di presenza interiore, tanto più difficile quanto più questi ricordi richiamano un’assenza, ribadiscono prepotentemente la propria funzione di surrogati di qualcuno o qualcosa di cui abbiamo bisogno ma che non è più accanto a noi. Rappresentano a tutti gli effetti una medicina dell’anima, con le proprie capacità terapeutiche e con i propri effetti collaterali, che va dosata attentamente perché capace di attutire il senso di lontananza e di nostalgia ma anche in grado di innescare rimpianti e desideri irrealizzabili.

L’oggetto non è quasi mai se stesso, non è il fine, ma il mezzo. Per un legame, per un ricordo, per un affetto, per un sentimento, che certamente sopravviverebbero nei recessi del cuore, ma che ha bisogno di essere richiamato agli occhi, perché anche in questo caso l’occhio vuole la sua parte, ossia uno stimolo per scatenare la memoria a suscitare tutte quelle immagini di sé e dei propri cari, dei propri legami e della propria storia, indelebilmente impresse nel passato e irrinunciabili per il futuro.

Condividi questo articolo

Facebookmail