Continuare a suonare la campana

Editoriale integrale del direttore Don Luigi Gloazzo

Per cercare di interpretare questi nostri giorni, così litigiosi e pieni di paure, si possono tentare mille analisi e ipotesi, fare una lunga lista di situazioni problematiche, reali o indotte, che si traducono in continue lamentele e piagnistei. Ci si può schierare l’uno contro l’altro, aizzati con la tecnica collaudata dei conduttori dei programmi delle Tivù generaliste, che salgono all’aria raccogliendo e alimentando il mal stare diffuso dei cittadini, convocati ad arte nelle piazze. Ci si può spaventare, sorpresi e intimoriti dal pericolo anti-democratico, al vedere “servitori” dello Stato contro altri “servitori”, sindaci contro prefetti, elettori contro sindaci, politici regionali contro politici del governo centrale. Ci si può spacciare per esperti di tutto, tranciare giudizi sprofondati sulle poltrone e pappagallare, pasciuti, slogan compiacenti. Si possono prendere le distanze scandalizzati dai falsi profeti che gestiscono liturgie, vecchie come il cucco, proni davanti a idoli etnici camuffati con i simboli cristiani.

Fare l’elenco, sempre aggiornato, delle cose che non vengono gestite bene da parte dello Stato, dei politici, dei giudici, delle banche, dei medici, dei dirigenti scolastici, della Chiesa, dei … non è difficile. Basta leggere i titoli, freschi di stampa, al mattino per accordare all’alba il canto della vita sulla nota stonata delle disgrazie, delle violenze, dei malumori, delle lamentele e dei conflitti teatralizzati. O sedersi a tavola in tempo di cena, stanchi e svuotati dallo stress di un lavoro che spesso produce cose inutili e che si devono vendere per consumarle o offrirle in ciotole firmate agli “animali di affetto”, o fare da spettatori anestetizzati di immagini sempre più violente o di commenti televisivi sulle umane miserie esibite senza pudore. Il male non solo fa presa, ma trova sempre portatori asintomatici, narcisisti e superficiali, che contagiano più del Coronavirus. Ora si sono introdotti anche i gruppi WhatsApp delle mamme in difesa dei sacrosanti privilegi dei loro pargoli contro gli insegnanti aguzzini. Senza pericolo di smentite, siamo irretiti dai problemi e non riusciamo a contemplare la bellezza umile e discreta del vivere. Poveri noi, sempre più impauriti, individualisti, soli, depressi e schiacciati sul presente!

Fin qui sono stato anche io del coro, ma non voglio correre il pericolo di insinuarmi nel girone infernale, senza uscita, dei piagnistei o dei brontoloni invecchiati inutilmente! Per questo cercherò di portare un po’ d’aria fresca perché prenda quota la speranza. Quella mia personale e quella della gente, intristita, con la quale condivido la paura di perdere i piaceri effimeri del benessere. Speriamo ci sorprenda, al soffio dello Spirito, una svolta culturale e spirituale che ci faccia finalmente contenti e grati del dono della vita!

Chi alimentava la speranza nei tempi di persecuzioni o la mantiene oggi, che ci si rinchiude a riccio per la paura montante degli altri o la paura di perdere privilegi spacciati per diritti? Non ci sono risposte già sperimentate, dato che l’oggi è inedito e la vita si rinnova ogni giorno senza presentare mai la stessa faccia, come fa la luna pallida. Grazie, dunque, a chi ci fa vedere anche la faccia nascosta e discreta dell’esistenza, quella dei piccoli gesti che illuminano la giornata, quella delle Opere di Carità che sintetizzano l’essenziale del Vangelo e sono il carburante della vita personale e civile.

La speranza si alimenta facendo fiorire le Opere dell’Amore, anche se piccole e poco appariscenti, come i fiori del campo. Quando queste vengono seminate e fatte crescere non si perde più tempo ad attizzare paure e critiche sterili verso tutto e tutti. Su questa deriva progressiva e inarrestabile dovremmo interrogarci, in silenzio pensoso e orante, per non esserne complici, consapevoli o meno. Dato che la ipertensione che vive la nostra società opulenta è sempre più canalizzata e scaricata sui social, l’unica via d’uscita rimane quella di sempre: far fiorire e crescere le Opere di Carità. È la carità effettiva ed efficace che alimenta la speranza, perché incomincia il cammino anche se non vede ancora la meta. È l’impegno nel costruire il bene che lo fa crescere e lo orienta verso il suo compimento. La speranza, diceva il poeta francese Charles Peguy, è la sorella minore tra la fede e la carità, molto più note, ma della stessa famiglia. La carità apre strade nuove dove la presenza e la condivisione con gli ultimi rivela alla società e alla comunità dei credenti le sue povertà strutturali e “auto-legittimate”. La meta è la vita buona per tutti, è la resurrezione, in termini evangelici, e la attendiamo come speranza finalmente realizzata.

È questo che la Chiesa udinese ha cercato di riattivare in un quartiere di Udine con la decisiva collaborazione delle Figlie della Carità di San Vincenzo de’ Paoli e dei Volontari. Invece di limitarsi alle analisi e ai dibattiti sulla realtà sociale ed ecclesiale attuale sempre più fragile e incerta, ha affidato alla Caritas il compito di raccogliere il testimone della tradizione caritativa delle Suore di via Rivis, la missione di non disperdere l’opera di prossimità verso i poveri vissuta nella gratuità, e di consolidare il servizio alle persone e famiglie in difficoltà. Queste Opere, in modalità aggiornata, con la presenza discreta delle Suore e la partecipazione insostituibile del Volontariato, vengono presentate alla città di Udine e alle parrocchie.

Le Corti San Vincenzo e Suor Fior sono luoghi fisici e spirituali dove si sperimenta l’impegno di camminare, affiancare e promuovere i poveri; dove si offre alla società civile la testimonianza di che cosa e chi sta a cuore la Chiesa di Gesù Cristo; dove si trova uno spazio condiviso, per la comunità credente e le persone “di buona volontà”, per una conversione evangelica, ecclesiale e civile.

Il servizio non viene mai realizzato secondo l’angusto criterio del “prima i nostri”, ma secondo quello più umano ed evangelico: “prima chi è nel bisogno”, per chi rischia la deriva sub umana. La carità è guidata dalle parole rivoluzionarie della preghiera che ci ha insegnato Gesù, nostro fratello e Signore: “Padre Nostro”. Cioè di tutti, non esclusivo di alcuni. Con questo spirito e stile si opera il bene, che mette ali alla speranza di cambiamento della nostra società arrabbiata e spalanca le porte di una Chiesa impaurita e raggomitolata su se stessa.

Ricordo l’intervista di un giornalista occidentale alla ricerca di una spiegazione del perché era riemersa pubblicamente e così rapidamente la fede del popolo russo appena caduto il regime che aveva lottato con tutte le forze contro la religione. L’intervistatore chiese chi per tanto tempo avesse tenuta accesa la speranza nel profondo del cuore del popolo russo e delle famiglie. La persona gli rispose senza esitare: “Chi ha continuato a suonare ogni giorno la campana”.

Chi alimenta la speranza in questi tempi infantilmente lagnosi, pieni di paure cristallizzate, di rabbie e di pretese individualistiche? Chi continua a suonare la campana della carità liberante.

 

Don Luigi Gloazzo

Direttore Caritas diocesana

 

Udine 14.09.2020

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